I tuoi risparmi lavorano per te o per la tua banca?
Spesso, conflitti di interesse e commissioni bancarie occulte erodono silenziosamente i rendimenti, frenando la crescita del tuo patrimonio. Riprendi il controllo con una gestione 100% indipendente e su misura.
Da qualche anno gli investitori italiani stanno diventando molto più attenti a un tema che banche e assicurazioni preferirebbero lasciare nell’ombra: i costi degli investimenti. Chi mi segue lo sa bene: negli articoli precedenti abbiamo smascherato la “zavorra” dei costosi fondi attivi e visto quanto anche un “apparentemente innocuo” 2% annuo di commissioni ricorrenti possa, nel lungo periodo, divorare una grossa fetta dei rendimenti ottenuti dai mercati finanziari.
C’è però un prodotto che viene presentato dalle banche come qualcosa di diverso, quasi un privilegio riservato a pochi, ed infatti viene proposto solo ai clienti più patrimonializzati: la cosiddetta Gestione Patrimoniale.
Si tratta di un servizio “esclusivo”, spesso proposto con toni ovattati in salottini riservati, che dovrebbe rappresentare il modo più sofisticato, prestigioso e “zero sbatti” (per l’investitore) di far fruttare un patrimonio importante.
Ma dietro all’eleganza della vetrina, conviene davvero? Vediamolo assieme, dati alla mano.
Cos’è e come funziona la Gestione Patrimoniale offerta dalle Banche
La Gestione Patrimoniale (spesso abbreviata in “GP”) è, in sostanza, una delega “chiavi in mano”.
Il cliente affida il suo capitale alla banca, e le conferisce un mandato per investirlo. Da quel momento sarà il gestore bancario a decidere come comporre il portafoglio, quali strumenti comprare e quali vendere, quando farlo ed in che misura; il tutto senza dover chiedere al cliente l’autorizzazione per ogni singola operazione.
Ed è questo il cuore della faccenda: con la gestione patrimoniale, il cliente non delibera più nulla sui singoli asset. Firma un mandato delega, si sottopone al Questionario MIFID obbligatorio per definire il suo profilo d’investitore, e poi… si fa da parte. Compravendite di azioni, obbligazioni, fondi, certificati: tutto avviene “dietro le quinte”, senza che il cliente venga interpellato di volta in volta.
Detta così, l’unico vero vantaggio salta subito all’occhio: la comodità. Il cliente, di fatto, non deve fare nulla. Ha delegato tutto e può dedicarsi ad altro, con la (presunta) tranquillità di aver messo il suo patrimonio in mani professionali.
Il problema è che per questa comodità si paga un prezzo salatissimo.
E si paga in due modi, che di solito nessuno spiega con la stessa enfasi con cui viene decantata l’esclusività del servizio: i costi ricorrenti e la tassazione delle plusvalenze. Vediamoli entrambi.
I due (o più) livelli di costo che affossano i rendimenti
Affidando il proprio patrimonio a una gestione, il cliente paga una sequenza di costi ricorrenti annui messi “a cascata”. Vediamo i livelli, uno per uno.
Il costo della gestione. Anzitutto, ogni anno il cliente paga il gestore che amministra il suo patrimonio. Questa commissione di gestione si colloca indicativamente tra l’1% e il 2,5% annuo del capitale portato in GP. Come ogni costo ricorrente, tale prelievo avviene direttamente sul portafoglio in gestione, ed è a prescindere dal risultato di gestione.
I costi dei prodotti sottostanti. Ma pagare il gestore non basta, occorre pagare anche i prodotti finanziari che compongono il proprio portafoglio.
E cosa compra il gestore, per il suo cliente di GP? In teoria, visto che viene pagato (anche) dal cliente, dovrebbe comprare gli asset finanziari per lui più efficienti, come ETF e titoli singoli (obbligazioni e/o azioni).
Ma poiché il gestore è pagato anche (e soprattutto) dalla banca, molto spesso invece compra fondi d’investimento attivi e certificati, frequentemente emessi dalla stessa banca. E qui scatta il secondo livello: il cliente paga anche i costi ricorrenti di gestione di quei fondi, indicativamente un ulteriore 2%-3% annuo.
Quindi, fatti due conti, sommando il primo e il secondo livello, si arriva a costi complessivi che vanno dal 3% al 4%. Ogni anno, su tutto il capitale in GP.
Ora prova a pensare a cosa significa un simile prelievo, applicato ogni anno per 10 o 20 anni, su un patrimonio importante. Come ho già mostrato in passato, i costi ricorrenti prelevati dal portafoglio sono il nemico silenzioso dei tuoi rendimenti.
Privare il proprio capitale investito del 3-4% all’anno di costi ricorrenti, è la differenza tra un patrimonio che nel lungo periodo cresce ed uno stagnante.
Le commissioni “extra”. Come se tutto ciò non fosse già troppo, in molti contratti di GP compaiono ulteriori voci di costo, come le commissioni di performance, che il gestore incassa nelle annualità in cui il portafoglio riesce a “battere” un parametro di riferimento, detto “benchmark”… insomma, la classica “ciliegina sulla torta”.
I tuoi risparmi lavorano per te o per la tua banca?
Spesso, conflitti di interesse e commissioni bancarie occulte erodono silenziosamente i rendimenti, frenando la crescita del tuo patrimonio. Riprendi il controllo con una gestione 100% indipendente e su misura.
La fiscalità delle gestioni patrimoniali
Abbiamo capito che i costi elevati delle Gestioni Patrimoniali sono un grosso problema.
E non è neppure l’unico: c’è un secondo aspetto, molto meno noto ma assai insidioso: la fiscalità applicata nelle GP.
Per cominciare dal positivo, partiamo dall’unico reale vantaggio – fiscalmente parlando – delle Gestioni Patrimoniali. All’interno di una GP, alla fine di ogni anno solare le eventuali minusvalenze possono essere compensate con le plusvalenze maturate nello stesso anno da qualsiasi asset presente nel portafoglio: azioni, obbligazioni, fondi, certificati e così via. Tutto insomma.
Perché è un vantaggio? Perché in un portafoglio “normale” al di fuori della GP questa compensazione ha limiti molto più stringenti: ad esempio, le plusvalenze ottenute da fondi d’investimento o da ETF, non possono in nessun caso compensare le minusvalenze accumulate. Nella gestione patrimoniale, invece, tutto confluisce alla fine di ogni anno solare in un unico “calderone”, dove la compensazione è piena. E questo è senza dubbio un punto a favore.
C’è però anche qui un “rovescio della medaglia”, ed è molto pesante.
Nella GP le plusvalenze maturate vengono tassate ogni anno, anche in assenza di prelievi.
Si chiama tassazione “per competenza”: il fisco preleva le imposte sempre, alla fine di ogni anno solare, sul risultato di gestione complessivo maturato dal portafoglio, anche se l’investitore non ha liquidato nulla del suo portafoglio, e nulla ha incassato.
Al contrario, in un portafoglio “normale” (cioè gestito senza GP), la tassazione avviene sempre “per cassa”: paghi le imposte sulle plusvalenze solo nel momento in cui disinvesti effettivamente uno o più titoli che si trovano in guadagno. Finché non vendi, non ci sono tasse da pagare: il fisco aspetta.
Sembra una differenza di poco conto, roba da commercialisti, ma non è affatto così: nel lungo periodo, la tassazione annuale applicata alle GP pesa moltissimo sui rendimenti del portafoglio.
Il motivo è tutto nell’interesse composto (di cui ho già parlato diffusamente): ogni euro che ogni anno viene sottratto al portafoglio per pagare le imposte sulle plusvalenze, è un euro che non potrà più generare alcun rendimento negli anni successivi.
Ed è proprio il “far lavorare” anche i guadagni ancora non tassati, che agisce da carburante nel tempo alla magia dell’interesse composto.
La tassazione annua per competenza delle GP, invece, sottrae ogni anno linfa vitale al capitale.
Su orizzonti temporali lunghi e patrimoni importanti, questo handicap fiscale non solo sovrasta il vantaggio della compensazione “erga omnes”, ma può valere significative riduzioni del rendimento complessivo del portafoglio in GP. È un costo occulto in più, che si somma ai livelli commissionali visti sopra.
Il conflitto d’interesse (al quadrato) della Banca nella gestione patrimoniale
Arriviamo al punto forse più delicato.
Abbiamo detto che, firmando il mandato, il cliente concede alla banca una vera e propria “delega in bianco”: rinuncia, di fatto, a qualsiasi controllo sui singoli strumenti che finiranno nel suo portafoglio.
Ora fermati un attimo: la stessa banca che guadagna dalla commissione di gestione del tuo portafoglio, è anche quella che decide se i prodotti da inserire nel tuo portafoglio siano i suoi stessi fondi, dai quali ricava laute commissioni, o fondi di altri emittenti remunerativi per lei…
Ecco perché parlo di conflitto d’interesse “al quadrato”. Non solo la banca ti fa pagare per la delega di gestione del tuo portafoglio, ma anziché limitarsi a questa remunerazione, spesso e volentieri utilizza la tua delega per riempire il portafoglio degli strumenti più convenienti per sé, anziché di quelli più efficienti per te.
In estrema sintesi, la Gestione Patrimoniale è un modello di investimento in cui deleghi tutto alla banca, sei sottoposto ad un regime fiscale complessivamente più svantaggioso, paghi per la gestione del tuo portafoglio ma ciò nonostante vedi aumentare – anziché ridursi – il rischio di vedertelo riempire con prodotti costosi ed inefficienti.
Come diceva l’economista Upton Sinclair, “è difficile far capire qualcosa a una persona, quando il suo stipendio dipende dal non capirla”.
Questo è il cuore del problema: non si tratta necessariamente di malafede, ma di un sistema di incentivi costruito per NON lavorare nel tuo esclusivo interesse.
L’alternativa esiste: portafoglio senza delega in bianco e senza incentivi sui prodotti
Esiste, per fortuna, un modello radicalmente diverso: quello della consulenza finanziaria indipendente, remunerata unicamente a parcella dal cliente (il cosiddetto “fee only”). È il modello con cui ho scelto di lavorare, proprio per questa unica ragione: E’ l’unico che limita al minimo i potenziali conflitti d’interesse tra il Consulente ed il Cliente.
Le differenze rispetto alla gestione patrimoniale sono sostanziali, e vale la pena metterle in fila.
Nessuna delega, nessuna perdita di controllo. Il consulente indipendente non tocca mai materialmente i tuoi soldi. Il consulente ti affianca, ti spiega, ti raccomanda cosa fare, e sei sempre tu ad effettuare le operazioni sul tuo portafoglio.
Strumenti efficienti, cuciti su misura. Proprio perché la remunerazione del Consulente indipendente è solo a parcella, il tuo portafoglio viene progettato con gli strumenti più efficienti ed a bassissimo costo (come gli ETF, ma non solo), scelti in funzione delle tue reali esigenze, del tuo orizzonte temporale e delle tue caratteristiche di investitore, e non in funzione di quanto “rendono” a chi te li propone in commissioni di gestione.
Costi drasticamente più bassi. Eliminando i vari livelli commissionali visti sopra, le spese complessive annue del portafoglio si abbattono in modo drastico: in totale, includendo pure la parcella del Consulente, si può arrivare a spendere oltre il 60% in meno rispetto a una tipica GP. E sui prodotti in portafoglio, il risparmio per le commissioni “mangia-rendimenti” è enorme. Il tutto, senza perdere nulla in qualità del servizio di consulenza, anzi.
Tassazione per cassa. Ultimo ma non per importanza, investendo in questo modo, le plusvalenze del portafoglio ritornano a essere tassate solo al momento dell’effettivo disinvestimento (per cassa), e non ogni anno solare (per competenza). E questo vantaggio nel lungo periodo supera di gran lunga lo svantaggio di non poter più compensare “erga omnes” le eventuali minusvalenze.
Richiedi un’analisi della tua Gestione Patrimoniale
Se sei arrivato fin qui e hai (o stai valutando) una gestione patrimoniale, la domanda giusta da porti non è “mi fido del mio gestore?”, ma “quanto mi sta costando davvero, tra commissioni e fisco, questa comodità?”.
Scopri se la comodità che stai pagando vale davvero il suo prezzo. Richiedi un’analisi indipendente della tua Gestione Patrimoniale.
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