I tuoi risparmi lavorano per te o per la tua banca?
Spesso, conflitti di interesse e commissioni bancarie occulte erodono silenziosamente i rendimenti, frenando la crescita del tuo patrimonio. Riprendi il controllo con una gestione 100% indipendente e su misura.
Negli ultimi anni, con grande disappunto di banche ed assicurazioni, gli ETF stanno diventando sempre più protagonisti dei portafogli degli investitori italiani, ed a ragione.
Attenzione però: aver capito che gli ETF sono strumenti più efficienti dei costosi fondi attivi per investire non basta. E’ necessario anche saperli comporre nel proprio portafoglio nel modo giusto.
Comprare ETF “a caso”, magari seguendo i video di tendenza su YouTube, è un po’ come comprare i mattoni e poi metterli assieme senza seguire un progetto: per quanto buoni siano i mattoni, la casa rischia di venir su storta, o inadeguata.
In questo articolo vediamo allora come si costruisce un portafoglio di ETF, partendo dai tre pilastri che non puoi ignorare.
Perché gli ETF sono gli strumenti preferiti per investire oggi
Facciamo un brevissimo ripasso, perché ne ho già parlato diffusamente nell’articolo “Perché investire in modo efficiente con gli ETF (e perché la banca non te li propone)”, che ti invito a leggere, se non l’hai già fatto.
In estrema sintesi, nella stragrande maggioranza dei casi gli ETF battono i tradizionali fondi d’investimento per tre motivi molto concreti.
I costi. Gli ETF hanno commissioni ricorrenti di gestione bassissime (spesso intorno allo 0,20% annuo, contro il 2% e oltre dei fondi attivi). E i costi ricorrenti, lo sa bene chi mi segue, sono la zavorra che nel lungo periodo si divora silenziosamente i rendimenti.
L’efficienza. Sono strumenti quotati in Borsa, trasparenti, liquidi, che puoi comprare e vendere in qualsiasi momento, conoscendo con precisione in cosa investono.
L’approccio passivo. L’ETF non cerca di battere il mercato: si limita a replicarlo fedelmente. E i dati ufficiali (i report SPIVA) ci dicono che oltre il 90% dei costosi fondi attivi, quelli che dichiarano di voler battere il mercato, nel lungo termine in realtà non riescono quasi mai a battere il proprio benchmark.
Tutto bene, quindi? Sì, ma con un grosso “ma”. Perché avere in mano lo strumento migliore non basta. Bisogna saperlo usare.

I tre pilastri per costruire un portafoglio di ETF adeguato
Qui arriviamo al punto cruciale.
Un portafoglio d’investimento non si compra su YouTube. Non esiste la “lista dei 5 ETF da avere assolutamente” che vada bene per tutti, perché – semplicemente – la finanza personale si chiama così proprio per questo motivo: è personale, perché ognuno ha la propria.
Quello che funziona per il tuo collega potrebbe essere sub-ottimale o addirittura sbagliato per te, anche se avete lo stesso stipendio e la stessa età.
Serve un metodo, e quel metodo deve partire da una cosa: la tua pianificazione finanziaria. Il portafoglio non è il punto di partenza, ma il punto di arrivo.
Prima viene il progetto (qual è la tua situazione di partenza, cosa vuoi ottenere dai tuoi investimenti, quando ti serviranno i soldi, quanto sei tollerante al rischio finanziario…), e solo dopo si scelgono e si compongono in modo coerente i “mattoni” del tuo investimento.
Vediamo allora i tre pilastri su cui poggia ogni portafoglio costruito con criterio.
1. Orizzonte temporale ed obiettivi di vita
La prima domanda da farsi non è “quale ETF compro?”, ma bensì “quando penso che mi serviranno questi soldi?”.
Facciamo un semplice esempio. Prendiamo la stessa identica persona – stesso patrimonio, stesso reddito, stessa tolleranza al rischio – con due obiettivi diversi.
Obiettivo A: la pensione integrativa, tra 20 anni.
Obiettivo B: l’acquisto della casa al mare, tra 5 anni.
Ebbene, anche se il soggetto è lo stesso, i due portafogli devono essere profondamente diversi.
Per l’obiettivo pensione, l’orizzonte ventennale permette di sopportare con serenità le inevitabili discese dei mercati azionari, perché c’è tutto il tempo per recuperare: in questo contesto, una quota azionaria importante non solo ha pienamente senso, ma aumenta in modo dirimente le probabilità di successo.
Per l’obiettivo casa al mare tra soli 5 anni, esporre quei soldi a forti oscillazioni sarebbe più una scommessa che un investimento. Se il mercato azionario crolla del 30% durante il periodo d’investimento, possono volerci anche diversi anni per il recupero. Troppo tempo, rispetto al tuo orizzonte.
Qui serve un portafoglio molto più prudente, con una forte componente obbligazionaria a breve termine.
Stessa persona, due portafogli diversi. Ecco perché l’orizzonte temporale è il primo arbitro a dettare le regole del gioco.
2. Asset Allocation: il primo motore dei rendimenti
Arriviamo così al cuore dell’investimento.
C’è una convinzione molto diffusa che per guadagnare in Borsa si debba “azzeccare” il titolo giusto, al momento giusto. Azzeccare l’azione che presto decollerà (lo “stock picking”), e/o entrare e uscire dal mercato nei momenti giusti (il “market timing”).
Ancora una volta, a venire a galla è l’approccio da scommettitore, anziché da investitore.
Ebbene, moltissimi studi hanno dimostrato una cosa che per molti risulta spiazzante, quasi contro-intuitiva: se (condizione necessaria!) il portafoglio è adeguatamente diversificato, il principale motore dei rendimenti nel lungo termine non è né la scelta dei singoli titoli, né il momento d’ingresso. È l’asset allocation.
E cos’è esattamente, l’asset allocation?
In parole semplici, è la suddivisione percentuale del tuo portafoglio tra le grandi classi di investimento finanziario: quanto in azioni, quanto in obbligazioni, quanto in metalli preziosi, quanto (eventualmente) in altri asset “minori” come cripto o “real estate”.
Definire l’asset allocation del proprio portafoglio significa progettarne le caratteristiche fondamentali.
A parità di capitale investito, un portafoglio “70% di azionario e 30% obbligazionario”, avrà aspettative di rendimento e volatilità (rischio) ben diversi da un portafoglio “30% azionario e 70% obbligazionario”.
Esattamente come, a parità di budget, una villetta con giardino offrirà al suo proprietario aspettative abitative ben diverse da un appartamento al piano attico.
Ed è proprio questa decisione a stabilire in partenza come si comporterà il tuo investimento, non la scelta tra l’ETF “Pluto” oppure “Pippo”.
E questa, se ci pensi, è una notizia quasi liberatoria: ti toglie il peso (insostenibile, nel lungo periodo) di dover indovinare il titolo vincente o il momento migliore per investire.
Come disse Bernard M. Baruch “Non cercare di comprare ai minimi e vendere ai massimi. Ci riescono solo i bugiardi”.
3. Tolleranza al rischio e profilatura
Abbiamo detto che l’asset allocation è il primo motore del portafoglio.
Ma come si decide quella “giusta” per noi?
Guardare l’orizzonte temporale è necessario, ma non basta: bisogna anche fare i conti con il concetto di rischio, e qui servono due parole chiave.
La prima è la volatilità. In parole semplici, è la misura di quanto oscilla nel tempo il valore del tuo portafoglio, sia in su che (soprattutto) in giù.
Un portafoglio molto azionario ha inevitabilmente una volatilità alta: può salire tanto, ma può anche scendere tanto, ed in fretta. Ed impiegare molto tempo, a volte pure qualche anno, prima di recuperare.
In gergo finanziario si dice che “la Borsa usa le scale quando sale, ma prende l’ascensore quando scende”
La seconda parola chiave è il “drawdown”: rappresenta la perdita massima che il portafoglio subisce, dal suo punto più alto al punto più basso, prima di iniziare la risalita. Ovviamente può essere valutato con precisione solo a posteriori (ex-post).
È quella percentuale negativa, ad esempio -30%, che vedi a schermo sul tuo Conto Titoli quando i mercati crollano e nessuno sa quando si fermeranno, facendo venire la tentazione di vendere tutto a molti investitori.
Ecco che allora diventa chiaro il senso della profilatura dell’investitore: capire, prima d’investire, fin dove puoi e fin dove riesci davvero a spingerti. Perché un portafoglio, per essere quello giusto, deve lasciarti dormire la notte.
Per definire correttamente il tuo profilo d’investitore, occorre quindi valutare due ulteriori aspetti:
- La tua capacità finanziaria di sopportare le perdite (la situazione oggettiva): se hai un reddito discontinuo, hai debiti importanti, e/o il tuo portafoglio d’investimento rappresenta il tuo intero patrimonio, allora (anche volendo) non puoi permetterti lo stesso livello di rischio di chi invece ha un reddito stabile, nessun pegno, e/o un solido patrimonio alle spalle.
- La tua capacità psicologica di tollerare i ribassi (la situazione soggettiva): puoi anche avere 20 anni di orizzonte temporale davanti, ma se un –30% sull’estratto conto Titoli ti toglie il sonno senza rimedio, è necessario ridurre la volatilità del tuo portafoglio.
I rischi del “Fai da te” nella costruzione di un portafoglio
Arrivati a questo punto, qualcuno potrebbe pensare: “Chiaro, allora mi studio i tre pilastri e faccio tutto da solo”.
È una tentazione legittima, ma c’è un convitato di pietra di cui nessuno parla volentieri: noi stessi.
Il vero nemico dell’investitore, infatti, raramente è il mercato. Molto più spesso sono i nostri errori comportamentali.
Vediamone tre, tra i più frequenti e pericolosi.
Il primo è l’Home Bias, cioè la tendenza a riempire il portafoglio solo di ciò che conosciamo: le “nostre” azioni italiane, quelle di cui sentiamo parlare più spesso al telegiornale. E per la parte obbligazionaria? Solo Titoli di Stato italiani (BTP e BOT), ça va sans dire!
Insomma, un portafoglio terribilmente concentrato e poco diversificato, esposto a quel rischio “specifico” che con un po’ di criterio si potrebbe tranquillamente “sterilizzare”. L’Italia pesa solo una minima frazione dei mercati azionari mondiali: perché mai dovrebbe valere il 40% o più del tuo portafoglio?
Il secondo bias è l’overconfidence, cioè l’eccesso di fiducia nelle proprie capacità.
Questo tipo di bias, va detto in piena trasparenza, può affliggere anche chi di finanza ne sa (consulenti inclusi, a volte).
È quella vocina che, dopo due o tre operazioni andate bene, ci convince di aver capito come poter battere il mercato. Quasi sempre è l’anticamera del market timing e dello stock picking più spericolati – cioè, come abbiamo visto, di quello che sposta l’asse del nostro agire dall’investimento alla scommessa. Gli antidoti più efficaci per questo bias sono l’umiltà e la disciplina.
Il terzo bias – ma non meno pericoloso – è il panic-selling: vendere tutto in preda al panico quando i mercati crollano. È l’errore che trasforma una perdita temporanea, sulla carta in una perdita reale e definitiva. Si esce nel punto più basso, per la paura, e quasi sempre o non si rientra più per anni, dopo che il mercato è già ampliamente risalito.
È il modo migliore per fare l’esatto contrario di ciò che servirebbe: comprare alto e vendere basso.
Ed è proprio nei momenti di tempesta – quando il drawdown morde e l’istinto urla “vendi!” – che diventa fondamentale avere al proprio fianco una guida autorevole e di fiducia. Non per “azzeccare” la mossa giusta, ma per evitare l’errore irrimediabile, quello che, in un solo momento di paura, può vanificare anni di paziente e costante lavoro.
Un buon consulente, in fondo, vale soprattutto per questo: ti aiuta a costruire il portafoglio giusto e a non distruggerlo nei momenti sbagliati.
Come un Consulente Finanziario Indipendente ottimizza il tuo portafoglio
Arrivati fin qui, una cosa dovrebbe essere chiara: il problema non è quasi mai quale ETF comprare.
Eppure è proprio lì che si concentra spesso l’attenzione di chi investe da solo: la “caccia all’ETF perfetto”, o peggio al “titolo azionario unicorno”, come se esistesse un singolo strumento capace di risolvere ogni cosa.
E’ il nostro cervello rettiliano, quello più istintivo, che ci induce a scovare (improbabili) scorciatoie per la ricchezza terrena.
Ti dico una cosa che forse ti sorprenderà: scegliere l’ETF è probabilmente la parte più semplice del mio lavoro di consulente finanziario.
Il vero valore aggiunto di un consulente sta altrove. Sta nel costruire, assieme a te, quel progetto della casa che viene prima dei mattoni per costruirla.
Significa partire dalla tua pianificazione finanziaria: capire chi sei, quali obiettivi di vita hai, quando ti potrebbero servire i soldi investiti, quanta volatilità riesci davvero a tollerare, con quale probabilità la tua situazione potrebbe cambiare nel prossimo futuro.
E solo a quel punto, tradurre il tutto nella progettazione di un’asset allocation cucita su misura per te, con gli strumenti – spesso gli ETF – in grado di realizzarla nel modo più efficiente.
I tuoi risparmi lavorano per te o per la tua banca?
Spesso, conflitti di interesse e commissioni bancarie occulte erodono silenziosamente i rendimenti, frenando la crescita del tuo patrimonio. Riprendi il controllo con una gestione 100% indipendente e su misura.
Una strategia d’investimento non è qualcosa che ti viene “imposto” dall’alto. È una strategia condivisa: l’abbiamo costruita insieme, tu l’hai capita e l’hai fatta tua.
Ed è proprio questo a fare la differenza nei momenti difficili, quando sui mercati arriva la tempesta… quella che prima o poi arriva sempre!.
Perché quando i mercati crollano a salvarti non sarà il tipo di ETF che hai in portafoglio. Sarà la tua capacità di attenerti alla tua strategia, per non cedere alla tentazione di vendere nel momento sbagliato.
Ed è qui che il consulente diventa il tuo scudo emotivo.
Non perché possieda la sfera di cristallo (non ce l’ha nessuno), ma perché è lì a ricordarti – dati alla mano – perché quel portafoglio è stato costruito proprio così, e perché quel “–30%” sull’estratto conto, per quanto faccia male, fa parte del percorso che avevamo previsto sin dall’inizio.
In altre parole: il mio compito non è “azzeccare” la mossa, ma fare in modo che tu possa evitare di commettere errori irreparabili.
E lo faccio da una posizione ben precisa: quella del Consulente Finanziario Indipendente, remunerato esclusivamente dalla tua parcella e mai dalla vendita di prodotti. Nessun conflitto d’interesse, nessun ETF “spinto” perché conviene a me. Soltanto il tuo interesse, dalla stessa parte del tavolo.
Se non ti senti del tutto sicuro di poter fare tutto questo da solo, evita la “macedonia di ETF scelti a caso” e parti dal punto giusto: la pianificazione.
In qualità di Consulente Finanziario Indipendente – remunerato esclusivamente dalla parcella del Cliente, senza alcun conflitto d’interesse – offro un servizio dedicato di pianificazione finanziaria e costruzione di portafogli d’investimento personalizzati ed ottimizzati.
FAQ: Investire in ETF
Gli ETF sono rischiosi?
Dipende da cosa intendiamo per “rischio”, perché di rischi, in realtà, ne esistono due tipi molto diversi tra loro.
C’è il rischio di mercato o sistematico: il fatto che il valore dell’investimento oscilli, e a volte scenda anche parecchio.
Questo rischio c’è, è inevitabile, ed è anzi il “motore” stesso del rendimento: senza un po’ di rischio di mercato non esisterebbe alcun premio per chi investe. Lo si governa con l’orizzonte temporale e con la giusta asset allocation, come abbiamo visto.
Il rischio di mercato non si elimina, si gestisce.
Poi c’è il rischio specifico: quello legato al singolo emittente, alla singola azienda.
È il rischio di chi mette tutti i risparmi nelle azioni di una sola società e poi se la vede fallire. Ecco, è proprio questo il rischio che un ETF, per sua natura, abbatte: diversificando su decine, centinaia o migliaia di titoli, “sterilizza” il destino del singolo brand aziendale.
Resta però una domanda legittima: “e se a fallire fosse la società che emette l’ETF?”
Qui c’è una tutela che in pochi conoscono, e che vale la pena spiegare. La stragrande maggioranza degli ETF disponibili in Europa sono ETF armonizzati UCITS: rispettano cioè una normativa europea molto stringente, pensata proprio per proteggere il risparmiatore.
Una delle regole fondamentali è la separazione patrimoniale: il patrimonio degli investitori contenuto nell’ETF è giuridicamente separato da quello della società che lo emette e lo gestisce. Sono due cose distinte.
Cosa significa in concreto? Che anche nella (peraltro remota) eventualità di un fallimento dell’emittente, il capitale che hai investito non rientra nella massa fallimentare e non viene toccato dalla procedura di liquidazione. Resta tuo.
Un buon portafoglio d’investimento deve contenere solo ETF?
No, e qui c’è una sfumatura che merita attenzione.
Gli ETF sono lo strumento ideale per la stragrande maggioranza dei portafogli, ma non sono un dogma. In alcuni casi, accanto agli ETF, ha pienamente senso inserire anche altri mattoni.
Pensa alla parte obbligazionaria del portafoglio. Oltre agli ETF obbligazionari, per un investitore italiano può avere senso detenere anche Titoli di Stato dell’area Euro a breve-media scadenza: strumenti semplici, trasparenti, con una scadenza certa e un rischio molto contenuto, particolarmente utili per la quota più prudente del patrimonio.
Sulla parte azionaria, invece, il discorso si ribalta. Qui il consiglio è opposto: meglio evitare di affiancare agli ETF i titoli azionari di singole aziende, perché così facendo faresti rientrare dalla finestra proprio quel rischio specifico che con gli ETF avevi fatto uscire dalla porta.
Concentrare una fetta del portafoglio su pochi nomi significa scommettere su di loro – e una scommessa, per quanto “ragionata”, resta una scommessa.
Esiste un’unica eccezione ragionevole: i patrimoni molto consistenti (orientativamente oltre il milione di euro). Solo con dimensioni del genere è possibile inserire anche svariate azioni singole ben diversificate, in una percentuale tale da non spostare gli equilibri del portafoglio, né far lievitare in modo significativo il rischio specifico complessivo.
I tuoi risparmi lavorano per te o per la tua banca?
Spesso, conflitti di interesse e commissioni bancarie occulte erodono silenziosamente i rendimenti, frenando la crescita del tuo patrimonio. Riprendi il controllo con una gestione 100% indipendente e su misura.