C’è un prodotto che banche ed assicurazioni propongono da decenni, e con particolare entusiasmo, ai risparmiatori italiani: la Polizza Vita Unit Linked (in precedenza anche quelle “Index Linked”).
Il nome polizza già rassicura, la presentazione ancora di più: protezione assicurativa, vantaggi fiscali, gestione professionale del capitale. Tutto in un unico contratto.
Peccato che, aprendo la confezione, si scopra quasi sempre un investimento costoso ed inefficiente, che arricchisce soprattutto chi lo vende. Lo sa bene chi mi segue: quando un prodotto viene “spinto” con tanta solerzia, il sospetto che convenga più a chi lo propone che a chi lo sottoscrive è quantomeno legittimo.
Vediamo perché, come sempre, dati e numeri alla mano.
Cosa sono le Polizze Unit Linked?
Le Unit Linked sono polizze vita di Ramo III. In pratica: il capitale versato dal cliente (il cosiddetto “premio”) viene investito in quote — le “Unit”, appunto — di fondi d’investimento, ed il risultato finale dipende interamente dall’andamento dei mercati finanziari.
Nessun rendimento minimo garantito, nessun capitale a scadenza garantito: il rischio dell’investimento resta interamente in capo al cliente. E fin qui, non ci sarebbe niente di cui preoccuparsi: negli investimenti (come nella vita) le “garanzie assolute” non esistono.
Ma la componente “polizza vita” che dà il nome al prodotto? A dispetto del nome, è del tutto marginale. La protezione del capitale in caso di premorienza dell’assicurato si riduce, nella gran parte dei casi, ad una micro-maggiorazione del controvalore del portafoglio liquidata ai beneficiari, spesso di pochi punti percentuali, talvolta addirittura meno dell’1% (!).
Insomma, una copertura simbolica, che nulla ha a che vedere con una vera polizza vita di protezione, come la cosiddetta polizza TCM (Temporanea Caso Morte), che è tutt’altro prodotto, purtroppo poco sottoscritto dagli italiani.
Dentro una Unit Linked, quindi, c’è di fatto un portafoglio di fondi d’investimento e nulla più.
Ma con una differenza sostanziale, rispetto ad acquistare direttamente gli stessi fondi: nelle polizze Unit Linked, il portafoglio è avvolto in un “contenitore assicurativo” che, pur essendo in sostanza privo di reali vantaggi per il cliente, viene fatto pagare a caro prezzo. Quanto caro, lo vedremo tra poco.
L’illusione dei vantaggi fiscali
Ma chi vende la polizza ha ancora alcune carte da giocare per convincervi: i vantaggi legali e fiscali del contenitore assicurativo.
E questi vantaggi in effetti esistono, sia chiaro. Il punto però è capire quanto siano davvero rilevanti all’atto pratico, per la grande maggioranza dei clienti.
Il primo vantaggio è l’insequestrabilità ed impignorabilità dei capitali (“premi”) conferiti nella polizza Unit Linked: una tutela che può aver senso avere in situazioni molto particolari (si pensi ad un imprenditore esposto a rischi patrimoniali rilevanti), ma che per la stragrande maggioranza degli investitori non ha alcuna utilità concreta.
Non solo: la giurisprudenza ha più volte chiarito che quando la componente assicurativa è marginale rispetto a quella finanziaria — esattamente come nel caso delle Unit Linked — anche l’impignorabilità ed insequestrabilità delle somme conferite in polizza può essere bypassata davanti ad un giudice.
Insomma, un vantaggio che serve a pochi, e che a quei pochi potrebbe pure non essere riconosciuto, in un contenzioso legale.
Il secondo vantaggio è l’esenzione dall’imposta di successione del capitale liquidato ai beneficiari. Vero anche questo.
Ma a meno che i beneficiari della polizza siano fuori dal nucleo familiare dell’assicurato, l’imposta di successione italiana prevede già una franchigia di esenzione di un milione di euro ciascuno per il coniuge e per ogni figlio. Fino a tale soglia, gli eredi legittimari pagano zero imposte di successione. In altre parole, per la grande maggioranza delle famiglie italiane l’esenzione dall’imposta di successione è già garantita dalla legge. E gratis.
E per gli altri, quelli con patrimoni più elevati? L’aliquota di successione per gli eredi legittimari è del 4% (sul patrimonio eccedente la franchigia), un valore simile al costo (annuo, però!) di una polizza Unit Linked.
Complessivamente quindi, i presunti “vantaggi” delle Unit Linked si rivelano per quello che sono: uno specchietto per le allodole, utile a vendere al cliente un portafoglio di fondi d’investimento ad un costo molto più elevato di quello — già alto — che pagherebbe acquistando gli stessi fondi senza polizza. Quindi ancora più inefficiente.
Una “cascata” di costi: perché con le Polizze Unit Linked è quasi impossibile guadagnare
Arriviamo così al nodo più spinoso: i costi ricorrenti, sempre loro.
Per capire la struttura dei costi di una Unit Linked, l’immagine più efficace è quella delle “scatole cinesi”: una serie di scatole, una dentro l’altra, con gli strumenti finanziari al centro. Il valore per il cliente sta solo negli strumenti; mentre ogni scatola che li avvolge, al contrario, è solo un onere.
La prima scatola è il contenitore assicurativo: la compagnia applica una commissione di gestione annua sulla polizza, indicativamente tra l’1% ed il 2,5% del capitale (a cui spesso si aggiungono i “caricamenti”, cioè costi prelevati una tantum sui premi versati).
La seconda scatola sono i fondi sottostanti: quasi mai strumenti efficienti come gli ETF, quasi sempre costosi fondi attivi (spesso “fondi interni” gestiti dalla stessa banca o assicurazione), con commissioni ricorrenti per un ulteriore 2% annuo, o più.
Sommando le scatole, il totale dei costi ricorrenti di una Unit Linked può facilmente superare il 4% all’anno. Ogni anno, su tutto il capitale.
Per cogliere la gravità di questi valori, facciamo un esempio pratico. Un portafoglio bilanciato 50/50 tra azioni ed obbligazioni, adeguatamente diversificato, ha un potenziale di rendimento di lungo periodo intorno al 5-6% composto annuo lordo. Se i costi ricorrenti ne assorbono il 4% o più, il rendimento medio annuo atteso per il cliente si riduce quasi a zero.
Il rischio dell’investimento resta tutto in carico al cliente, mentre il rendimento, invece, viene pesantemente compromesso dalle commissioni ricorrenti annue.
Ecco perché il titolo di questo articolo non è una provocazione, ma una constatazione.
Attenzione alle penali di uscita
Come se tutto ciò non bastasse, c’è un ultimo dettaglio, scritto in caratteri piccoli: le penali di riscatto.
Molte Unit Linked prevedono infatti penali di disinvestimento a carico del cliente che voglia uscire nei primi anni dopo la sottoscrizione: percentuali decrescenti nel tempo che, nei primi anni di vita della polizza (spesso i primi 5, talvolta anche di più), possono ammontare a diversi punti percentuali del capitale.
Il risultato è che il prodotto si trasforma per il cliente in una vera e propria “trappola finanziaria”: anche quando il cliente si accorge dei costi eccessivi (magari leggendo articoli come questo😉), pensa di poter rimediare liquidando la polizza, ma uscire costa caro.
Cosa fare se hai già una polizza Unit Linked?
Se leggendo fin qui hai riconosciuto le caratteristiche di una polizza Unit Linked che (purtroppo) già possiedi, non fare scelte impulsive.
Disinvestire “tout court” potrebbe non essere la soluzione meno onerosa, proprio per la presenza delle penali di riscatto. In alcuni casi conviene attendere la scadenza del periodo di penale; in altri, la penale residua è inferiore ai costi ricorrenti che si continuerebbero a pagare restando investiti, ed allora uscire subito potrebbe convenire; in altri ancora si può valutare una via intermedia, come un riscatto parziale. La risposta giusta dipende dai numeri della tua specifica polizza — penali residue, costi ricorrenti, fiscalità.
In tutti i casi, occorre anche valutare cosa fare dopo, con la liquidità disinvestita, per non ricadere in un nuovo investimento del tipo “dalla padella alla brace”.
Questo è esattamente il tipo di analisi che svolgo come Consulente Finanziario Indipendente, nel tuo esclusivo interesse, e remunerato solo dalla parcella – non dai prodotti finanziari.
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